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Archive for the ‘Viaggi’ Category

Brrrrr…

Non ero mai stato a “meno diversi gradi” per più di qualche sporadico momento, in rarissime occasioni.

Ed ora ho passato due giorni dove la temperatura massima sarà stata sì e no un bel  -3 °C…

Eppure se ripenso a Rattenberg, a Innsbruck, al parco del Museo Swarovski e soprattutto all’alba di Weerberg (a – 14° C ! o almeno così ci dicevano) sento un gran calore.

Bellissimo week end, in posti fantastici.

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alba a Weerberg

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La rivalutazione del baco

Stare “a baco” da noi significa stare a poltrire, oziare per il gusto di farlo.

Farlo “ai’ mare” significa che per le tue ferie non hai progettato nient’altro di meglio che sdraiarti sotto il sole, al massimo leggendo un libro, neanche tanto impegnativo, e se proprio si vuol essere attivi, farsi un bel bagno ogni tanto.

Erano anni che scansavo convinto questo tipo di vacanza: è passata da anni (già troppi !) la fase della vacanza vissuta di notte fra discoteche, pub e alzate alle 4 di pomeriggio quando torni a casa più bianco di prima e la spiaggia non l’hai mai vista.

E’ tuttora in corso e dura da una decina d’anni (benedetto sia l’inter-rail 2002) la fase dell’escursionista folle, quello che vaga per le città del mondo e pianta un sacco di bandierine nella sua testa, dove ogni vicolo nascosto, chiesa diroccata, mostra improbabile o trattoria caratteristica, preferibilmente non ancora scoperta dal turismo di massa, è vista come un valore in più nel proprio patrimonio culturale. E che magari torna al lavoro più stanco di prima, ma almeno con la mente riposata.

Ecco, quest’anno ho aperto una parentesi in tutto ciò, fatta di mare e relax. Lo chiedeva il fisico, non che sia già decrepito eh, ma alcuni problemi fisici invernali (vedi punto 5) consigliavano poco sbattimento in giro per il mondo (ma sono comunque riuscito ad ottenere la 4 giorni lisbonese).

Oh, che dirvi… fare “i’ baco ai’ mare” alla fine m’è piaciuto, certo non più di una settimana eh… se no alla fine mi prudono i piedi.

tramonto a San Vincenzo

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Strano, ma esiste anche in Europa una capitale dove il tempo scorre lento, senza fretta e che per certi versi sembra essersi fermato a qualche decennio fa. Dove camminando (meglio: sfiancandosi visti i continui saliscendi dai suoi sette colli… ma non è Roma !) hai tutto il tempo di assaporarne gli odori ed i sapori, adeguarti ai ritmi placidi, sonnolenti e rilassati dei suoi cittadini, senza lasciarsi travolgere dal caos snervante di tante altre metropoli.

A Lisbona tutto questo è possibile, sia che tu stia visitando una chiesa o il castello, o ammirando le azulejas, o guardando incuriosito gli sciuscià al lavoro nelle piazze e i tram sferragliare veloci su e giù per le viuzze dell’ Alfama, del Chiado o del Bairro Alto, o ancora che tu stia facendo godere la gola con le meravigliose Pasteis de Belèm o cenando con un bachalau in una taverna, se non alla gloriosa Cerveceria Trinidade.

il Monumento alle Scoperte, Belèm, Lisbona (foto presa da internet)

Giorni belli, caldi ma rinfrescati dal vento dell’oceano, con ancora in mente la maestosità del Monumento alle Scoperte, i colori del Palazzo de Pena di Sintra e la tranquillità balneare di Cascais.

Adeus !

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Il nostro ultimo giorno a New York City è una sorta di mordi e fuggi a portata di metro.

Ogni singolo pin sulla mappa da visitare viene raggiunto, visto e fotografato.

Si comincia dal punto più lontano, all’estremo nord, nel borough con la fama di essere il più malfamato: il Bronx. Meta, lo stadio degli Yankees.

Beh in realtà lo stadio è appena oltre il confine fra Manhattan ed il Bronx, per cui non è che ci siamo addentrati più di tanto. E lo Yankee Storediventa l’ennesima tappa per fare shopping, e la conferma che in USA quando si parla di taglie extra-large si intende un numero imprecisato di “X” prima della “L”…

lo Yankee’s Stadium (foto presa da internet)

Dopo la visita torniamo nell’ Upper West Side, ancora poco visitato con tappa al Lincoln Center, moderno ed elegante complesso di edifici sede di spettacoli come opere, balletti e concerti classici in genere. Non lontano, la rotonda del Columbus Circle, fa da angolo sud ovest del Central Park, sotto lo sguardo di Cristoforo Colombo piazzato su una colonna altissima e soprattutto esile in confronto ai grattacieli che contornano la piazza.

Da lì a Zabar’s non c’è molto. Zabar’s è nè più nè meno una specie di alimentari un po’ più grosso, storico ma riammodernato e presente in tante riviste di design dedite a NYC. Ad entrare vien voglia di far la spesa…

la statua di Cristoforo Colombo nel mezzo del Columbus Circle (foto presa da internet)

Ma non possiamo ed andiamo a salutare per l’ ultima volta Times Square, concedendoci l’ultimo shopping americano. Fa strano sentirci dire alla cassa della Levi’s “voi italiani oggi avete tanti soldi da spendere più di noi”… cavolo, ho solo comprato un paio di pantaloni che in Italia avrei pagato il doppio!

C’è poco altro da fare, sappiamo le trafile burocratiche che ci aspettano al JFK prima di imbarcarci per l’Italia.

Dopo esser passati per l’ultima volta da “casa” in Herald Square, un agguerritissimo tassista pakistano, dopo aver sfiorato tre volte un incidente, ed averci fatto ascoltare tutta una compilation di musica indiana a palla, ci scarica all’aeroporto. A proposito… il JFK è un’altra città a sè: tante uscite autostradali a seconda del terminal e delle compagnie che lo utilizzano. Ovviamente il tassista sbaglia terminal.

La scena madre sul taxi è l’esatto opposto dell’andata: ci voltiamo e dal lunotto posteriore vediamo che lo skyline di Manhattan pian piano si allontana, sprofonda, sparisce…

I controlli sono ok, e udite udite, il volo Delta è in perfetto orario…. poi se vogliamo discutere della qualità del volo di ritorno (Delta) in confronto a quello dell’andata (AirFrance), beh parleremmo di due mondi diversi, ma meglio lasciar stare. L’unico spettacolo è vedere l’alba da ovest verso est, praticamente ad un certo punto incroci la linea del giorno che cambia.

Quando arriviamo, le immagini della città continuano a rimbombarci in testa, ed il pensiero fisso è quello di ritornarci.

Come ci ha detto una signora di una certa età all’aeroporto “tranquilli, a New York ci si torna sempre“.

Speriamo.

— Fine —

PS: clicca per vedere i “pin” che siamo riusciti a mettere 🙂

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Il 26 settembre comincia con l’attenzione rivolta alla fascia di Manhattan che si trova fra la Midtown ed il Financial District: il Village e dintorni.

A dire il vero cominciamo con un’occhiata ai vicini Madison Square Garden (dal programma incredibilmente vuoto, leggi serrata NBA), e la vecchia Penn Station dove prendiamo la metro per dirigerci poco sopra al Village, a Chelsea, più precisamente al Chelsea Hotel. Ma in realtà ciò che davvero ci piace è il Chelsea Market, un ex-mattatoio in pieno Meatpacking District riconvertito in grande magazzino. Hanno mantenuto i vecchi spazi e l’effetto è particolare. Davanti a lui lo strano “Palazzo Gruviera”, mentre dietro parte la High-Line, un altro bell’esempio di riconversione: si tratta di una strada ferrata sopraelevata, in disuso da tempo, da poco trasformata in un parco urbano con tanto di fontane e alberelli. Chelsea ci regala anche una seconda colazione bomba, fatta di pancakes ricoperti di sciroppo d’acero forniti in un Diner caratteristico davanti al Chelsea Market.

A panza piena andiamo verso il West Village e tanto per continuare a leccarci i baffi, il primo stop è alla Magnolia Bakery, dove ti fanno i cupcakes in diretta… peccato che avevamo appena mangiato. Quest’ala del Village dà la sensazione di essere la zona più vivibile di Manhattan, con i suoi villini e giardinetti. E ti prende per la gola: oltre alla Magnolia Bakery fa specie il Dolcevizio, un negozio di solo tiramisù gestito da italiani, e la Tuscan Artisan Bakery che vende schiacciata fiorentina e cantuccini di Prato che a ben vedere non sembrano proprio le solite inguardabili imitazioni americane, ma sembra tutto, nel possibile, “nostrano”.

Non lontano troviamo Gay Street, con il Gay Liberation Monument, che chiude un triangolo di strade teatro di scontri nei decenni passati durante manifestazioni contro l’omofobia. Poco oltre, un altro negozio storico, la Bigelow pharmacy, ci introduce nel cuore del village, Washington Square.

Se non sbaglio è in questo parco che Bob Dylan strimpellava le sue prime canzoni di protesta. E’ in queste zone che i giovani peace & love di qualche decennio fa cominciarono a radunarsi. Oggi all’ingresso ci attendono diversi afroamericani davanti ad una scacchiera, ognuno in attesa di un volontario che li sfidi. Anche qui abbondano gli scoiattoli, e che confidenza che hanno ! Se ti cade la briciola di un panino, ti saltano addosso 🙂

Washington Square… chi gioca a scacchi ?

Finiamo il tour nel Village passando davanti alla New York University ed al tempio del jazz, il Blue Note dove tanti artisti di fama mondiale hanno mosso i primi passi.

Abbandoniamo il Village senza addentrarci anche nell’ East Village e con la metro andiamo dalle parti di Union Square, dove vicino troviamo lo Strand, uno dei più grandi negozi di libri del mondo. Fa bella vista di sè, in vetrina, appesa in alto, una copia datata di “The catcher in the rye”, titolo originale del “Giovane Holden”, uno dei romanzi che spesso figura nella lista dei “libri preferiti” di molti, me compreso.

Girovagando, torniamo al Flatiron Building; oltre che ad esserci una delle più belle viste sull’ Empire, ai suoi piedi è situata una novità che negli utlimi anni sta letteralmente spopolando: Eataly. Effettivamente si respira aria di casa, con tanti prodotti italiani originali. Un po’ carucci magari (hanno attraversato l’oceano), ma sulla qualità niente da dire. Ma Eataly non è solo negozio, ma anche scuola di cucina e ristorante, se riuscite a pazientare in coda… Dedichiamo due minuti anche all’adiacente Madison Park, prima di riprendere la metro.

Una serie infinita di blocchi di new jersey con la scritta NYPD ci introduce al blindatissimo palazzo delle Nazioni Unite, raggiunto a piedi dopo essere sbucati con la metro dalla meravigliosa Central Station, con la sua scalinata ed il suo orologio visto e rivisto in tante pellicole, ed essere transitati nuovamente sotto il Chrysler Building.

Tutto questo scarrozzare random (grazie metro !), è fatto con un passo ben più rilassato rispetto ai giorni precedenti. Il finale di giornata è riservato all’unica attrazione gratis di New York: lo Staten Island Ferry.

Torniamo quindi come i primi giorni sulla punta sud dell’isola, ma a fianco di Battery Park. Il traghetto parte ogni 15 minuti, ed arriva al borough più meridionale di New York City trasportando ogni giorno migliaia di pendolari.

E’ bello fare questo tragitto al tramonto: si passa davanti alla Statua della Libertà per proseguire oltre, e il sole che cala alle sue spalle tinge tutto di rosa ed arancione, ed anche se il cielo non era proprio tersissimo (mai trovato, sigh) è stato comunque bello. Arrivati a Staten Island torniamo subito indietro con il battello di ritorno perché ormai è notte, e vedere avvicinarsi i grattacieli del Financial District illuminati nel buio è molto suggestivo. Con più tempo, a Staten Island si potrebbe visitare la casa del “nostro” Meucci (che ospitò anche Garibaldi); chissà magari la prossima volta lo faremo.

la Statua della Libertà al tramonto, vista dallo Staten Island Ferry

… continua …

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Angel of Harlem” degli U2 dovrebbe essere la colonna sonora del risveglio, ed invece anche oggi ci tocca sopportare quel gatto sfiatato di Carlà mentre facciamo colazione. Ma davvero non hanno altri cd all’albergo ? Citavo quella canzone perché è domenica, ed il turista-tipo di NYC cosa fa ? Va ad Harlem per vedere una messa gospel.

Noi no, ma quasi.

No, perché non siamo andati a messa; bisogna prenotare e farsi una fila chilometrica: fare i turisti così ci sembra irrispettoso verso chi segue il rito per fede e deve sempre sopportare dei curiosi in chiesa.

Quasi, perché comunque ad Harlem ci siamo andati :).

E quindi via verso il nord di Manhattan.

Perché Harlem non è un borough a sè, ma fa parte di Manhattan. I 5 borough di NY sono: Manhattan (il più storico, centrale e piccolo, se si può definire piccola un’isola a forma di cravatta larga 2-3 km e lunga 22, un po’ come andare da Firenze ad Empoli), il Bronx a nord, il Queens (il più grande) e Brooklyn (il più popoloso) ad est, e Staten Island a sud, dove si arriva solo in traghetto. Tutti e 5 messi insieme sono grandi quanto 1/4 della provincia di Firenze.

Harlem occupa tutto il nord, così come il Financial District occupa il sud, ma l’ambiente è totalmente diverso: niente grattacieli, ma sviluppo orizzontale. Il quartiere si sta riprendendo dal degrado, e continua ad essere rigorosamente black. L’anima nera la vedi dai murales, dalle saracinesce colorate vivacemente e disegnate con mille temi diversi (da Malcom X a Mister T dell’ A-Team), dai locali jazz. Tante coppiette afroamericane, soprattutto anziane, sono vestite a festa per andare in chiesa e sembrano uscite da film anni ’50. Ci sono tanti tipi di chiese protestanti diverse, con inviti ad entrare tipo “Open hearts, open mind, open doors“; ci viene incontro un ragazzo lodando Dio, ma con il chiaro intento di venderci un cd di cori gospel. Al nostro no si prodiga comunque in sorrisi ed in un “God bless you !” che ci fa ben sperare. Troviamo tanti campi da basket e giardinetti “drugs and guns free” (?!?) . Da lontano vediamo infine la sede dell’ YMCA, e la lunga fila per la messa gospel alla Bethesda Chapel. Qui torniamo indietro.

vie tipiche di Harlem… se non qui, dove ? – (foto presa da internet)

Ci sta un salto nel confinante Bronx per lo stadio degli Yankees (meglio andarci di giorno nel Bronx no?), ma un guaio alla metro ci fa rimandare.

Ed allora c’è un altro must domenicale che ci aspetta.

Con la metro torniamo verso il centro e spuntiamo di fronte ai Dakota Apartaments, laddove viveva e di fronte ai quali fu assassinato John Lennon; è anche la porta ovest del polmone verde della città: il mitico Central Park.

Sbuca qualche timido raggio di sole, la gente fa jogging, va in bici, passeggia. E’ rilassante, non sembra di essere in una città così caotica. All’ingresso c’è Strawberry Field, l’angolo dedicato all’ex Beatles, quindi troviamo una sorta di raduno di attivisti per la pace, fra bandiere e disegni del simbolo “peace” in tante forme diverse, e fanno partecipare la gente colorando quegli stessi disegni. Inoltrandoci ancora troviamo le statue di Balto, di H.C. Andersen ed infine di Alice in Wonderland. Soprattutto in questa è difficile farsi una foto al pari del toro di Wall Street. Tanto verde, pace e relax. E scoiattoli !

Alice in Wonderland – Central Park

Lasciamo questo immenso parco uscendo sul lato est sul cosiddetto museum mile: tanti musei di fila sulla stessa strada; a noi ne interessano due: il Guggenheim Museum ed il Metropolitan Museum e sfoderiamo di nuovo il CityPass.

Il chiocciolone del Guggenheim (disegnato dal genio di F.L.Wright) è carino e veloce da visitare; ben più faticoso il gigantesco Metropolitan, fra i più grandi del mondo. C’è di tutto (anche le ceramiche di Montelupo Fiorentino… 🙂 ), da farsi scoppiare le gambe, ma la prima e più attesa tappa è la terrazza all’ultimo piano: dà sul Central Park ed ha per sfondo tutta la sfilza di grattacieli di New York. Uno spettacolo preso al volo nel timore che ricominciasse a piovere, o che il solito nebbione coprisse tutto lo skyline.

Finito con il Met usciamo e ci troviamo nell’ Upper East Side, uno dei quartieri più eleganti. Troviamo un mercato di strada in Lexington Avenue, parallela di Avenue Park, la via delle persone “in”. Mangiamo un improbabile panzerotto ultrafritto e scendiamo nella Midtown, il cuore centrale di Manhattan, dove andiamo un po’ random, a seconda degli obbiettivi ancora da depennare dalla lista.

E si comincia con la leggendaria 5th Avenue con i suoi negozioni grandi marche: Apple, Nike, Gucci, Ferragamo, Abercrombie & Fitch, Prada, Versace, Tiffany, il Trump Tower, Bulgari… vabbè devo continuare ? Il paradiso dello shopping, con una nota sulla vetrina di Gucci – “Gucci Museo – Florence – September, 26th 2011” – che ci gasa.

Tra i grattacieli spunta anche la St. Patrick Cathedral, un tempo edificio più alto della città. Scappiamo dalla via infilandoci nel complesso del Rockfeller Center dove uno stand della BBC copre la piazza che d’inverno diventa pista per pattinaggio su ghiaccio e sede dell’alberone di Natale. Da lì passiamo dall’ Algonquin Hotel, poi dal gradevole Bryant Park, e quindi la Public Library con i suoi leoni, il Chrysler Building (il grattacielo più bello) e la leggendaria Central Station set urbano di tanti film.

E come ci eravamo promessi, dato che non ci sono nuvole ad avvolgerlo, visitiamo l’Empire State Building di notte. Con l’ascensore arriviamo all’ 86° piano ed usciamo… manca solo King Kong… il resto dello spettacolo ve lo lascio immaginare.

la parte sud di Manahttan vista dall’ Empire State Building

… continua …

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Presa la metro a Brooklyn risaliamo laddove si chiude idealmente il percorso aperto la mattina ad Ellis Island.

Spuntiamo infatti in Houston Street, arteria che si snoda fra i territori di Chinatown, Little Italy, Soho, Nolita e che sfiora di fatto anche la Bowery e quelli che erano i Five Points. Soprattutto questi ultimi erano la culla del meltin’ pot, il crogiolo di razze; fu definito il punto a più alto tasso di criminalità del mondo, dove la povertà, la disperazione e la delinquenza, negli anni dell’immigrazione più massiccia, la facevano da padrone.

Lincoln si fece scortare da mezza polizia di NY per passare di qua (grazie dell’info a Corrado Augias ed al suo “I segreti di New York”, la mia bibbia del viaggio); era qui che appena arrivati venivano incanalati i disperati alla ricerca di una nuova vita, che spesso si presentava miserabile, e trovava l’unico appiglio nelle bande criminali organizzate. Non è un caso che i “quartieri” con una razza prevalente sull’altra si trovino qua vicino. Ed infatti dopo aver visto solo un po’ di striscio l’eleganza di Soho ed il caos di Chinatown dove anche l’insegna del McDonald’s si piega agli ideogrammi, ecco che spunta “casa” : Little Italy.

E qui arriva la botta di culo.

Sì perché chi va a New York oggi, se passa da Little Italy ne resterà profondamente deluso: non c’è più niente.

Tranne che a fine settembre ;)) grazie a San Gennaro ! E non perché ci fa la grazia, ma perché è la sua festa, e Little Italy impazzisce: bancarelle ammucchiate sulla strada, tricolori a tutte le finestre, aromi, profumi, pigia pigia, urla… “Dotto’ c’mon, a’ pizza cost quattr dollàr !”

l’ingresso principale di Little Italy in Mulberry Street durante la festa di San Gennaro nel 2011

Una festa totale, difficile chiudere gli occhi e pensare agli anni dei gangster o della mafia. Anche perchè i locali sforacchiati dai mitra che indica Augias nel suo libro, li vedi semi-nascosti dalle bancarelle, spuntano per caso fra festoni e bandiere. Uno in particolare lo intravedo a malapena: è “Umberto’s clam house”, famoso per una resa dei conti a locale pieno, e che per anni ha attratto migliaia di curiosi che fotografavano i segni degli spari sui mobili e sulle pareti. Oggi ha pulito tutto, però a pensare che proprio dove stavamo passando noi volavano pallottole come niente fosse… Non che putroppo in certe parti d’Italia non sia accaduto di recente o accada tuttora, ahimè. Ma qui, tutto è mito, si sa.

San Gennaro ci ha quindi fatto la grazia e non ci stupisce vedere una statua sopra ad un baldacchino che lo rappresenta, con decine e decine di banconote da un dollaro appuntate sotto… kitsch estremo, mix esagerato di napoletaneità e americanismo. Per non parlare della “processione di San Gennaro” (che però ci siamo persi) dove questa statua viene portata in spalla per queste vie…

Tutto questo accade in Mulberry Street, cuore storico di Little Italy, che per una settimana si trasforma in Spaccanapoli. Lo lasciamo e da un vicolo sbuchiamo sulla Bowery, oggi ripulita dal marcio di un tempo. Qua torniamo a casa, perché è sabato, sta arrivando sera, e ci aspetta uno spettacolo…

Dopo un salto da Victoria’s Secret, anch’essa, come Macy’s, in Herald Square (ma che me l’hanno fatto apposta ???), rientriamo a casa ad agghindarci a festa per la nostra prima a Broadway.

Lo scintillio di Times Square ci accoglie per l’ennesima volta e ci dirigiamo subito al New Amsterdam dove la locandina di una Mary Poppins volante appesa al suo ombrellino diventa un set fotografico per tutti. Il teatro è tutto in legno, e la piccionaia non è il massimo delle comodità, soprattutto per chi ha diversi centrimetri di gamba da accomodare.

In compenso il musical è uno spettacolo davvero. Bravissimi gli attori ed i coreografi ma a farmi rimanere a bocca aperta è l’impianto scenico, con sfondi che si muovono in mille direzioni, attori che volano e magie continue. D’altronde siamo a casa dei maestri.

Il New Amsterdam sulla Broadway in Times Square

Quando usciamo Times Square pulsa di vita, questa è the city that never sleeps, la città che non dorme mai. Ed infatti guai a provare a mangiare all’ Hard Rock Cafè che è tutto prenotato nonostante l’ora. Mangiamo quindi un boccone in un locale dove ti costruisci il panino da te, contornandolo con una porzione “mini” di patate fritte che in Italia equivarrebbe alla taglia “Super-Maxi”, e bevendoci una Coca per la quale vale lo stesso discorso delle patate. Facciamo un altro giro in piazza quindi imbocchiamo la strada di casa, ma prima di arrivare in Herald Square deviamo per passare davanti all’ Empire State Building.

Onestamente non avevamo pensato di vederlo in notturna, ma una volta davanti ci rendiamo conto che è aperto anche la notte. Sarebbe la ciliegina sulla torta di una giornata fantastica, ma non c’è nemmeno il tempo per pensarci perché è mezzanotte passata da poco ed il grattacielo ha appena chiuso. Però l’idea per la visita notturna ce la segnamo.

E’ stata una giornata bellissima, carica di emozioni e gli occhi faticano ancora a digerire tutte le immagini di cui si sono riempiti. Ci sarà tutto il tempo, intanto ci godiamo un meritato riposo e domani saremo di nuovo pronti per ripartire.

… continua …

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